Cosa significa essere unə danzatorə quando la danza è vietata, come accade in Iran? Come ci si sente a non poter fare qualcosa cui si è dedicata tutta la vita? Partendo da queste domande, la drammaturga Nasim Ahmadpour e il regista Ali Asghar Dashti creano uno spettacolo fatto di parole. Sul palco, due performer completamente immobili descrivono i movimenti che avrebbero fatto se avessero potuto ballare. È la parola che descrive – un gesto della mano, un passo verso il lato – a dar vita a una coreografia immaginata, che non può più essere creata. Il racconto, dettagliato e intenso, della danza si intreccia con episodi della storia recente iraniana, come quella del regista teatrale Hamid Samandarian, a cui fu vietato di lavorare nei teatri all'inizio degli anni Ottanta. La sua compagnia decise invece di aprire un ristorante: lo stress del momento in cui arrivano lə primə clienti non è forse lo stesso di quando il pubblico entra in sala? Si può smettere di essere ciò che si è? Prendendo in prestito il titolo da un verso di una canzone, We Came to Dance è una potente lettera d'amore al palcoscenico. Questo lavoro rappresenta la seconda parte del progetto “Tables”, una serie in quattro parti ideata e creata da Nasim Ahmadpour. In questa serie, quattro registə interpretano ciascunə una singola forma attraverso quattro performance, ognuna delle quali esplora un tema diverso.
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