
Partendo dalla fascinazione per l’espressione mangiare con gli occhi, la creazione mira a mettere in discussione il modo in cui si osserva il corpo. Eat Me nasce come riflessione sulla rappresentazione dei corpi femminili nelle arti visive e sul consumo di immagini. Sdraiato e rivolto all’indietro, la partitura coreografica attraversa un archivio di gesti quotidiani storicamente carichi ma sempre contemporanei: tracciare una gamba, sistemarsi i capelli. Immagini palesemente frontali ma nascoste servono un invito a indagare le dinamiche e le politiche dello sguardo nel rapporto tra spettatore e performer. Forme morbide e pesi sul pavimento, le curve delle due danzatrici in Eat Me si stagliano come dune in un fluire di posture, astratte dal quotidiano e dal topos del ritratto femminile nella...